Perché sogniamo? Cosa ci dicono la scienza e la psicoanalisi
Passiamo in media due ore a notte a sognare, cioè circa sei anni nell'arco di un'intera vita — eppure la domanda "perché sogniamo?" resta una delle più dibattute della scienza del XXI secolo. Psicoanalisi, neuroscienze e psicologia evolutiva: ogni approccio porta una luce distinta e complementare su questo fenomeno universale.
Cos’è esattamente un sogno?
Un sogno è un’esperienza percettiva, emotiva e narrativa che si verifica durante il sonno — principalmente durante il cosiddetto sonno paradosso (REM, da Rapid Eye Movement), quando l’attività cerebrale è paragonabile alla veglia. Durante queste fasi i nostri occhi si muovono rapidamente sotto le palpebre chiuse, il cervello è in piena attività, ma il corpo è temporaneamente paralizzato — una protezione evolutiva che ci impedisce di mettere fisicamente in atto i nostri sogni.
Le ricerche di Nathaniel Kleitman ed Eugene Aserinsky all’Università di Chicago (1953) sono state le prime a identificare il sonno paradosso e il suo legame con i sogni vividi. Da allora, le neuroscienze del sonno hanno fatto considerevoli progressi — senza però risolvere del tutto la questione del perché.
Le grandi teorie sulle funzioni del sogno
1. La teoria psicoanalitica: Freud e l’appagamento del desiderio
Per Sigmund Freud (L’interpretazione dei sogni, 1900), i sogni sono “la via regia verso l’inconscio”. Costituiscono l’appagamento mascherato di un desiderio rimosso — il più delle volte un desiderio sessuale o aggressivo che la coscienza non può accettare nello stato di veglia.
Il sogno, secondo Freud, è il prodotto di un “lavoro onirico” che trasforma il contenuto latente (il desiderio reale, nascosto) in contenuto manifesto (ciò che si ricorda al risveglio), attraverso meccanismi come la condensazione, lo spostamento e la simbolizzazione.
Questa teoria ha avuto un impatto culturale considerevole, ma oggi è contestata sul piano scientifico: gli studi neuroscientifici non confermano che il sonno REM sia specificamente dedicato al trattamento dei desideri rimossi. Resta tuttavia una potente cornice ermeneutica per esplorare il senso personale dei sogni.
2. La psicologia analitica: Jung e il messaggio dell’inconscio collettivo
Carl Gustav Jung propone una visione radicalmente diversa. Per lui, i sogni non mascherano: comunicano direttamente, ma nel linguaggio simbolico dell’inconscio. Questo linguaggio è fatto di archetipi: figure e motivi universali condivisi da tutta l’umanità (la Madre, l’Eroe, l’Ombra, il Sé).
A differenza di Freud, Jung vede nel sogno non un desiderio mascherato, ma una compensazione: l’inconscio invia messaggi per riequilibrare la coscienza quando questa è diventata troppo unilaterale. Sognare un serpente può così essere un messaggio che si trascura la propria dimensione istintiva; sognare un viaggio può indicare un bisogno di trasformazione.
3. Le teorie neuroscientifiche: attivare, consolidare, simulare
Le neuroscienze del XX e XXI secolo hanno proposto diverse teorie funzionali:
La teoria dell’attivazione-sintesi (Hobson e McCarley, 1977) suggerisce che i sogni siano il risultato di un tentativo del cervello di “dare un senso” a segnali neuronali casuali inviati durante il sonno REM dal tronco encefalico. I sogni non sarebbero portatori di un messaggio simbolico, ma di un tentativo di narrazione a partire da dati neurali caotici.
La teoria del consolidamento della memoria: ricerche come quelle di Matthew Walker (Perché dormiamo, 2017) mostrano che il sonno REM svolge un ruolo cruciale nel consolidamento dei ricordi emotivi e nell’apprendimento. I sogni sarebbero una “messa in scena” di questo trattamento mnestico, che consente al cervello di integrare nuove esperienze nelle reti esistenti.
La teoria della simulazione delle minacce di Antti Revonsuo (2000) propone che i sogni abbiano una funzione evolutiva: servirebbero a simulare situazioni minacciose per preparare la psiche ad affrontarle. Questo spiegherebbe la frequenza degli incubi e dei sogni d’ansia nei periodi di stress.
4. La teoria neuropsicoanalitica: Solms e la sintesi
Il neuropsicologo Mark Solms ha tentato una sintesi tra gli approcci psicoanalitico e neuroscientifico. Le sue ricerche (2000) mostrano che i sogni non sono esclusivamente legati al sonno REM — possono sopraggiungere in altre fasi del sonno — e che è principalmente il sistema di ricompensa dopaminergico (il “sistema di ricerca” della motivazione) a essere coinvolto, più che il solo tronco encefalico. Il che è compatibile con l’idea freudiana di appagamento dei desideri, ma in una cornice neurobiologica.
Ciò che tutte queste teorie hanno in comune
Nonostante le loro divergenze, tutte queste teorie concordano su alcuni punti:
- I sogni sono legati a processi cerebrali reali durante il sonno, non a semplici “parassiti” neurali.
- Coinvolgono intensamente regioni emotive del cervello (amigdala, ippocampo).
- Elaborano esperienze, emozioni e preoccupazioni attuali del sognatore.
- Il loro contenuto non è mai del tutto casuale: è plasmato da ciò che vivi, senti e temi.
Quanto tempo sogniamo ogni notte?
Il sonno adulto è organizzato in cicli di circa 90 minuti, che alternano sonno leggero, sonno profondo e sonno paradosso. Sogniamo principalmente durante il sonno REM, che rappresenta circa il 20–25% del tempo totale di sonno. Per 8 ore di sonno, ciò corrisponde a circa 1,5–2 ore di sogni a notte — di cui di solito ricordiamo solo qualche frammento.
La memorizzazione dei sogni è favorita dal risveglio durante o immediatamente dopo una fase REM: annotare i propri sogni al risveglio su un quaderno (una pratica antica: i Greci tenevano “diari dei sogni”) migliora sensibilmente la capacità di trattenerli.
Bisogna interpretare tutti i sogni?
No. Alcuni sogni sono chiaramente legati a stimoli esterni (un rumore, una temperatura, un bisogno fisiologico) o al consolidamento ordinario della memoria della giornata. L’interpretazione simbolica è pertinente soprattutto per i sogni ricorrenti, i sogni molto intensi emotivamente e i sogni che continuano a “risuonare” dopo il risveglio — quelli meritano che ci si soffermi.
Un approccio ragionevole: considerare il sogno come una metafora del proprio stato interiore nel momento in cui sopraggiunge, senza cercarvi previsioni letterali o rivelazioni soprannaturali. Il suo valore è introspettivo, non profetico.
Fonti e riferimenti
- Freud, S. (1900). L'interpretazione dei sogni. Trad. it. Boringhieri, 2012.
- Jung, C.G. (1964). L'uomo e i suoi simboli. Raffaello Cortina Editore, 2010.
- Hobson, J.A. & McCarley, R.W. (1977). The brain as a dream state generator. American Journal of Psychiatry, 134(12), 1335–1348.
- Walker, M. (2017). Perché dormiamo. Espresso, 2019.
- Revonsuo, A. (2000). The reinterpretation of dreams: An evolutionary hypothesis of the function of dreaming. Behavioral and Brain Sciences, 23(6), 877–901.
- Solms, M. (2000). Dreaming and REM sleep are controlled by different brain mechanisms. Behavioral and Brain Sciences, 23(6), 843–850.
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